La notte delle streghe: mito, storia, leggenda

“Quando verremo noi tre di nuovo ad un ritrovo?
Nel tuon? Nel lampo?
O nella pioggia? […]
Quando si taccia l’urlo del campo”.
(Shakespeare Macbeth, atto I scena I)

“Quando è notte e il lupo grida all’ombra della luna.
La danza delle streghe non porta mai fortuna.
Fuochi e spiriti ballate dentro al cerchio della luce.
Tramontate stelle, anime sorelle”.
(Gabry Ponte, La danza delle streghe)

E voi vi starete chiedendo come mi è saltato in mente di accostare Shakespeare a… Gabry Ponte! Ma non temete, il motivo c’è… infatti, entrambi questi gentiluomini parlano di una reunion di streghe. Ed il giorno, anzi, la notte dell’anno in cui avveniva il più grande raduno di streghe era quella tra il 23 e il 24 giugno, la notte di san Giovanni, chiamata, appunto, “La notte delle streghe”.

La notte delle streghe è un “avvenimento” legato, in un certo senso, alla sfera cristiana; poiché con strega intendiamo la figura della strega nata e connotata nel medioevo. Ma le origini di questa notte affondano le loro radici in un’epoca ben più antica… nella tradizione pagana.

La notte delle streghe, infatti, coincide con il solstizio d’estate − dal latino solstat, “il sole si ferma”, poiché, pare quasi che il sole indugi un po’ in questa posizione prima di riprendere il suo cammino discendente− in cui il sole, secondo le antiche credenze, si sposa con la luna e comincia a “morire”.

Tali nozze segnerebbero il passaggio tra il mondo dell’uomo con il mondo divino eterno. Questo è il motivo per cui i solstizi – sia quello estivo che quello invernale – sono anche chiamati “porte”: “porta degli dei” il solstizio invernale e “porta degli uomini” quello estivo. La Chiesa Cristiana da sempre ha ostacolato qualsiasi evento di ascendenza pagana sovrapponendovi i propri riti con solenni celebrazioni. Ma spesso, tali usanze sono così radicate nelle abitudini popolari che ancora oggi se ne perpetuano i festeggiamenti.

In questa notte, un tempo si viveva un momento magico perché essa cade appunto nei giorni solstiziali quando avveniva l’unione tra il Sole e la Luna; e si credeva che da tale sposalizio si riversavano energie benefiche sulla terra, specialmente sulle erbe bagnate dalla rugiada. Si riteneva che la rugiada caduta avesse poteri curativi potentissimi, capaci di guarire ogni forma di malattia cutanea e addirittura che bagnarsi con questa rugiada, rendesse immuni da ogni tipo di corruzione e malvagità.

Durante la notte ardevano nelle campagne molti falò, soprattutto in cima alle colline; in modo da poter far rotolare lungo i pendii ruote infuocate. Il contadino, con questi fuochi, voleva aiutare il sole che cominciava a scendere sull’orizzonte affinché non l’abbandonasse e continuasse ad offrire la sua energia ai campi.

In realtà, il solstizio d’estate precede di qualche giorno la festa del Battista, ma la figura di san Giovanni ha finito per fagocitare l’aspetto astronomico.

Il Cristianesimo ha addomesticato tutta la materia pagana e l’ha ricomposta sotto il segno di san Giovanni Battista. Si noti che questo è l’unico santo della nostra cultura religiosa del quale si celebri, oltre al giorno della morte – il 29 agosto – anche quello della nascita, il 24 giugno. La coincidenza con i giorni del solstizio non è casuale, o, almeno, intorno a questa data è stato costruito un significativo cortocircuito culturale. Battezzando Gesù, infatti, Giovanni – circondato dalla fama di profeta – annuncia: “Io sono il sole che muore; costui è il sole che nasce”. Così, il legame sole-Giovanni viene, in qualche modo, creato dalle stesse Scritture.

Un proverbio romagnolo dice “la guaza ‘d San Zvàn la guarès ogni malàn” (la rugiada di San Giovanni guarisce tutti i mali). Visto che san Giovanni Battista battezzava i fedeli con l’acqua, nella credenza popolare fu facile attribuire alla rugiada, che si forma nella notte che precede la sua festa, effetti miracolosi. Ed è per questo che venivano preparati, con l’utilizzo di erbe, pietre ed altro, particolari e potenti talismani, nella convinzione che la particolare posizione degli astri concorresse a caricarli di straordinarie virtù. Si assisteva insomma ad uno strano connubio tra sacro e profano.

Tra le erbe di san Giovanni usate come talismani possiamo menzionare: l’iperico dai fiori gialli, l’artemisia, la ruta, la menta, la salvia, la verbena, il ribes, la vinca, la mandragora, il rosmarino, l’aglio, la lavanda, la felce e l’erba carlina.

Con queste piante era possibile fare l’“Acqua di San Giovanni”; se raccolte nella notte fra il 23 e il 24 giugno, messe in un bacile colmo d’acqua lasciato fuori casa per tutta la notte, quest’acqua aveva il potere di aumentare la bellezza, preservare dalle malattie, ma nello stesso tempo difendere dal malocchio, dall’invidia e dalle fatture.

Un’altra usanza tradizionale era quella della preparazione del nocino liquore delle streghe – nella notte di san Giovanni. Il noce è il grande ed antico albero di Benevento attorno al quale si riuniscono a convegno le streghe. Le noci vanno colte verdi perché possono essere trapassate da uno spillone da parte a parte e devono rimanere in infusione nell’alcool fino alla notte di San Lorenzo – 10 agosto – poi vanno filtrate, zuccherate, e aromatizzate con droghe e spezie, come la cannella e i chiodi di garofano. Alcuni dicono che questo liquore si faccia per difendersi dalle streghe.

Ma la noce è il frutto, appunto, delle streghe. L’esistenza del noce, meta del Sabba, a Benevento è, del resto, già attestata alla fine del I secolo d.C.; nel 665 il vescovo Barbato lo fa abbattere. Il pio ecclesiastico avrà pur sradicato un albero… ma non il culto che vi si svolgeva. Ancora nel 1427, San Bernardino allude apertamente alle streghe che volano a Benevento… e la tradizione ha attraversato i secoli, rimanendo intatta fino alla nostra epoca. Ne è la prova il liquore “Strega”, ottenuto dalla distillazione di zafferano e di altre settanta erbe; prodotto dal 1860 dalla distilleria Alberti, proprio di Benevento e con un’etichetta sulla bottiglia che lascia pochi fraintendimenti a quale sia stata la fonte d’ispirazione… Si raccontava che streghe e stregoni provenienti da tutto il mondo, si riunissero in quella notte nella città intorno al famoso noce, e che avessero ideato una pozione magica che univa per sempre le coppie che la bevevano.

Ed infatti, come recitava la pubblicità del liquore ispirato alla pozione: “Il primo sorso affascina, il secondo Strega!”.

Ma se le caratteristiche di base di questa festa sono le stesse – in Italia e non solo− alcuni dettagli mutano di città in città.

A pochi chilometri da Rimini, si trova il piccolo centro rurale di San Giovanni in Marignano; dalle origini medievali. In questo paese è fortemente sentita la tradizione antica legata a questa notte. Forse perché qui visse la strega Artemisia – che prende il suo nome dalla nota pianta color rosso sangue –conosciuta come la Strega buona della Valconca. Da alcune testimonianze sembra che la strega sia vissuta intorno all’Ottocento, quando divenne famosa per il “Rito dell’Olio” contro il malocchio e per l’esercizio della magia buona in contrapposizione alla vicina nemica, la Strega del Foglia che, in cambio dei suoi sortilegi, richiedeva in sacrificio dei bambini.

Dunque, nella tradizione di San Giovanni in Marignano si crede all’esistenza di due tipi di strega, quella che usa la magia per fare del bene – magia bianca− e quella che utilizza le arti magiche per compiere malefici – magia nera – e che quindi esistano delle streghe bianche –non fate, ma streghe− e delle streghe nere; come ci insegna la cara Fantaghirò!

Ma a Roma la situazione è un pochino diversa…

La festa di san Giovanni era molto sentita nella città papalina e cominciava la notte della vigilia, durante la quale la tradizione voleva che le streghe andassero in giro a catturare le anime. Era credenza popolare, infatti, che la notte di san Giovanni, gli spiriti di Erodiade e di sua figlia Salomè che avevano fatto decapitare il Battista, tramutate in streghe condannate a vagare per il mondo su una scopa per espiare la colpa, chiamassero a raccolta tutte le streghe sui prati del Laterano per un grande Sabba.

Perché secondo alcune versioni folkloriche, quella di Erodiade, nei confronti del Battista, sarebbe stata una vendetta amorosa nei confronti del sant’uomo, in seguito al suo categorico rifiuto. Afferma, dunque la leggenda che nel momento in cui le venne portata la testa mozzata del profeta, Erodiade, al colmo della contrizione e del pentimento, cercò di baciarla, ma dalla bocca del morto si levò un turbine che spazzò nel cielo la principessa e la figlia, da questo momento assunte al rango di streghe.

La gente partiva da tutti i rioni di Roma, al lume di torce e lanterne, e si concentrava a San Giovanni in Laterano per pregare il santo e per mangiare le lumache nelle osterie e nei banchetti appositamente predisposti per la festa. Le lumache erano un piatto simbolico e apotropaico; con le loro corna rappresentavano il male e la discordia che venivano eliminati con la loro consumazione a tavola in allegria. Tutti i partecipanti, prima di uscire di casa per andare in Piazza San Giovanni, provvedevano a rovesciare sull’uscio di casa una manciata di sale grosso e a porvi vicino una scopetta di saggina per non far entrare le streghe in casa poiché, essendo degli esseri estremamente curiosi, oltre che malevoli, esse si sarebbero fermate sull’uscio a contare i grani di sale ed i fili di saggina. Così facendo, però, avrebbero perso ore preziose e sarebbero state sorprese, all’alba, dai raggi del sole, che le avrebbe dissolte, essendo loro delle creature delle tenebre. La partecipazione popolare era massiccia, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto si doveva far rumore – per un motivo analogo all’utilizzo dei tintinnabula romani − con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo. Con questi rumori assordanti, secondo l’antica usanza, si potevano impaurire ed allontanare gli spiriti del male e le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe – rese magiche in quella notte − utilizzate per i loro incantesimi. La festa si concludeva all’alba quando il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa alla presenza delle autorità religiose e politiche, dopo la quale, dalla loggia della basilica, gettava monete d’oro e argento.

Lo stesso poeta romano Gioacchino Belli – vissuto nel XIX secolo – dedicò un sonetto a questa notte dall’antico folklore:

San Giuvan−de−ggiuggno
Domani è Ssan Giuvanni? Ebbè ffío mio,
cqua stanotte chi essercita er mestiere
de streghe, de stregoni e ffattucchiere
pe la quale er demonio è er loro ddio,
[…] E accusì vvanno tutti a Ssan Giuvanni,
pe la meno che ssia, da un zeimilanni.
Ma a mmé, cco ’no scopijjo ar giustacore
e un capo d’ajjo o ddua sott’a li panni,
m’hanno da rispettà ccome un Ziggnore.

E voi… che impegni avete per il prossimo 23 giugno… ?

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Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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