Il fantasma dell’anima straziata della “bella Lorenza”, moglie del Conte di Cagliostro

Tornati sulla trafficata via del Babbuino ci incamminiamo verso piazza di Spagna, una delle piazze di Roma più belle e famose al mondo. Bella per la maestosa scalinata di Trinità dei Monti che unisce appunto la chiesa (da cui prende il nome) con la piazza al livello inferiore. Famosa per via dei negozi degli stilisti e delle griffe più in vista che si addensano in tutta l’area circostante.

Ma prendiamocela con calma e riflettiamo un momento… perché la via che unisce due tra le più conosciute e ammirate piazze al mondo si chiama… Via del Babbuino? Chi è costui?

Ebbene non si tratta di un personaggio famoso o di un animale, bensì di una statua che fu posta a bordo strada per abbellire una fontana che, per concessione di Papa Pio V, iniziò a elargire acqua ai passanti dal 1571. La statua raffigura un sileno sdraiato (nume tutelare di fonti e sorgenti secondo i miti greci) che sembra offrire la sua acqua al popolo. Ma si sa che il popolo vede le cose a modo suo e se per i colti e gli eruditi il Sileno è simbolo di fertilità per la gente comune divenne il ritratto dell’animale più brutto che all’epoca potesse conoscere. Un babbuino.

La cosa sarebbe potuta concludersi li e la statua (del babbuino) di via Paolina rimanere un comune riferimento cittadino, tuttavia allo scherno si aggiunse la divertente circostanza del cardinale Dezza, probabilmente miope, il quale era solito passare di li e inchinarsi davanti al sileno facendo tanto di riverenza. Per osservare questa scenetta divertente, emblema di un’intera classe dirigente miope ed ottusa, la gente si radunava presso la fontana garantendole una fama da Youtuber.

In seguito, il babbuino divenne una delle statue parlanti che facevano da cornice alle invettive in rima contro il papato. Questo ruolo lo portò a rivaleggiare con Pasquino, il più celebre di questi monumenti anticlericali, e le sue “babbuinate” (ovvero le satire) appunto, aumentarono la sua già vasta notorietà. In seguito parve ovvio intitolare la via alla sua popolare fontana e al suo nume tutelare.

Ma chi era invece la bella Lorenza che ancora si vede vagare come un ombra tra i cortili di via Margutta e le traverse di via del Babbuino?

Lorenza Serafina Feliciani era una giovane donna di Roma che, per la sua bellezza e forte personalità, attirò su di se le attenzioni di Giuseppe Balsamo meglio conosciuto come Alessandro Conte di Cagliostro. Un imbroglione, di origini siciliane, assai abile nel raggirare nobili signori e ricchi mercanti.

I due si piacquero da subito e si sposarono iniziando una vita coniugale colma di intrighi e astute macchinazioni. Lui istrione e abile affabulatore, lei seducente e licenziosa, insieme formavano una coppia di raffinati lestofanti. Cagliostro non aveva remore a far scivolare la moglie nei letti di ricchi malcapitati, e Lorenza, bendisposta a certi giochetti d’alcova, li restituiva al marito inermi e pronti per esser ben truffati.

In seguito Cagliostro iniziò a praticare l’alchimia e tutta una serie di dottrine esoteriche che gli facilitarono la fondazione di una propria loggia Massonica. Ad essa fece aderire adepti di elevato ceto sociale per ottenere prestigio e soprattutto potere economico.

In questo gioco Lorenza non aveva che una parte marginale. Le sue prestazioni di un tempo non erano ormai più necessarie. Trascurata dal marito e privata del ruolo di prima donna iniziò forse ad invidiare Cagliostro e a maturare, nei suoi confronti, astio e rancore.

Mentre la fama di Cagliostro come alchimista e capo massonico cresceva anche la sua ambizione lo rendeva meno cauto. Nell’ingenuo tentativo di far accettare e riconoscere alla Chiesa le sue iniziative Cagliostro si recò a Roma e vi restò in attesa di certe attenzioni papali che mai si concretizzarono. La sua fama di mago e alchimista non era benvista dalle alte gerarchie vaticane.

Inoltre le passate malefatte e una denuncia per maltrattamenti da parte della moglie misero il conte in una condizione assai critica. Cagliostro venne presto arrestato e rinchiuso a Castel Sant’Angelo con pesanti capi di imputazione. Gli interrogatori e le sessioni del processo si protrassero a lungo. Lorenza confermò le accuse mosse al marito più per timore che per vera e propria convinzione; ciò le valsero un’assoluzione per le complicità attribuitele. La condanna a morte prevista fu commutata in reclusione a vita a fronte di un’abiura, e in tal modo Cagliostro ebbe salva la vita ma la passò fino alla morte chiuso in una cella nella fortezza di San Leo nell’Appennino tosco romagnolo.

Lorenza, per quanto assolta, fu costretta a restare confinata per 15 anni entro il convento di Santa Apollonia e in seguito lavorò come semplice portinaia patendo la miseria e subendo i rimorsi di quelle accuse, che valsero al marito una tremenda reclusione.

I sussurri e i lamenti che in certe notti si odono per vicoli provenire da un’ombra evanescente, sarebbero i rimpianti della bella Lorenza. I patimenti di un’anima dannata e straziata che vaga, disperata, fino al luogo ove fu tratto in arresto Cagliostro; e li in un grido soffocato conclude il suo ciclico penare.

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Romano di nascita, amo leggere e disegnare sin da bambino e ho letto e disegnato qualsiasi cosa mi facesse volare via con la fantasia. I libri, le illustrazioni, il cinema e le passeggiate sono la mia "isola che non c'è". Ho sempre cercato di frequentare persone interessanti, cose inconsuete e luoghi inusuali, che potessero insegnarmi qualcosa o distrarmi dalle banali futilità quotidiane. Così facendo ho avuto modo di conoscere una miriade di esseri meravigliosi, posti fantastici e cose indicibili e tutt'ora, che ho passato i cinquanta, ancora vado a ritrovare la mia isola. Ma non serve andar chi sa dove per trovare un'isola che non c'è; esistono isole anche a Roma, basta saperle cercare. È con un poco di cuore e un pizzico di fantasia che si compie la magia.

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