Il fantasma di Beatrice Cenci

È giunto settembre, un mese di cambiamenti. Con esso termina l’estate e inizia l’autunno. La temperatura è ancora mite ma la natura si prepara ai prossimi freddi. Fare due passi al centro nelle ore serali è l’ideale per godersi Roma nel suo clima migliore. Il Ponentino soffia dal Tirreno infilandosi sornione tra i vicoli dei rioni, qualche nuvola si colora di rosa e arancio e Venere annuncia tutte le altre stelle. C’è una sera speciale in settembre che i veri romani conoscono bene.

L’11 settembre!

Effettivamente di recente è una data nefasta anche per il resto del mondo ma qui a Roma la si ricorda per un evento che accadde nel lontano 1599. Di fronte a Castel Sant’angelo vennero giustiziati i giovani componenti della famiglia Cenci e due domestici. Presente all’esecuzione una folla incredibile, e in essa anche i due artisti Caravaggio e Artemisia Gentileschi. Tutti contrariati da un verdetto tanto duro e abietto (per la giovinezza dei condannati) quanto dubbio per una sentenza malcondotta e dai procedimenti assai vaghi.

Ma cosa portò a questi eventi?

Beatrice era la giovane figlia di Francesco Cenci, un nobile romano che ereditò tutte le sostanze della famiglia dal ricchissimo padre dignitario e tesoriere della camera apostolica romana.

Il fato sarebbe stato favorevole a Beatrice se suo padre Francesco non fosse stato un poco di buono. Violento, rissoso, despota in pubblico quanto in casa con i figli e la seconda moglie, donna Lucrezia. Tra le mura domestiche tutti subiva le ire e i soprusi del Conte. In particolare le due donne Beatrice e Lucrezia costrette a servirlo come domestiche segregate tra le mura del palazzo Cenci.

Il continuo sperpero di beni che il padre di Beatrice protrasse nel tempo portò l’intera famiglia ad indebitarsi gravemente. Di qui la decisione di Francesco Cenci di allontanarsi da Roma per sfuggire alle pressanti richieste di denaro da parte dei creditori. Tanto più che certi fatti di sangue in cui il nobile era coinvolto non aiutavano a risolvere tale triste situazione.

La nuova dimora di famiglia fu Petrella salto. Un paesino nella Valle del Salto (tutt’ora esistente) nel reatino. Qui, isolati dal mondo i figli e i domestici del nobile, subirono le peggiori angherie di cui Francesco fu capace. Reclusione continua, castighi e percosse, e attenzioni sessuali che rasentavano lo stupro.

Quando Beatrice, i fratelli e la matrigna furono esausti di tale situazione, ordirono un piano per liberarsi del bruto. Tentarono ben tre volte di sopprimerlo e il terzo tentativo (condotto assai maldestramente) portò Francesco drogato e stordito ad essere scaraventato giù dalla rocca dai domestici compiacenti.

Le prime indagini scagionarono domestici e familiari ma in seguito a ulteriori accertamenti non sfuggirono certe incongruenze che condussero tutti nelle prigioni per essere brutalmente torturati e interrogati.

Beatrice e Lucrezia furono sottoposte alla “corda” per essere indotte a confessare. Un supplizio usatissimo sulle donne (o i soggetti più deboli o di riguardo), meno cruento di quelli previsti per gli uomini, ma non meno doloroso. L’inquisito veniva appeso ad una corda tramite i polsi legati dietro la schiena provocando un progressivo disarticolamento delle spalle.

Uno dei domestici complici denuncio i Cenci, per aver salva la vita e la fine delle torture. Ben presto anche Lucrezia cedette confessando il tutto. Beatrice non fece altri nomi se non il suo, addossandosi ogni responsabilità.

Le autorità e il Papa non concessero alcuna grazia ai Cenci confermando il verdetto di morte. Solo il più piccolo dei quattro fratelli, Bernardo, perché ancora fanciullo, non fu condannato; ma fu, tuttavia, obbligato ad assistere alle esecuzioni della sorella Beatrice e della matrigna Lucrezia. E allo squartamento del fratello Giacomo… poi fu inviato a remare e a morire sulle galere pontificie.

Beatrice, quell’11 settembre del 1599, diede prova di un estremo coraggio restando impassibile di fronte alla sua prossima esecuzione e dando conforto e coraggio al piccolo Bernardo, atterrito dagli eventi. Ciò conferì alla bella e giovane Beatrice una popolarità incredibile. Una “Giovanna D’arco” romana che con passione e coraggio lottò per la sua dignità, per il suo diritto di essere rispettata.

… un sentimento quanto mai popolare che tramutò il suo ricordo in un essere libero e fiero, in uno spirito di rivalsa contro i soprusi dei potenti e dei prepotenti.

Ora la sua diafana figura appare sul ponte Sant’angelo nelle notti di luna piena o presso gli antichi luoghi di detenzione (le prigioni di Corte Savella vicino piazza Farnese) per dare un brivido a qualche turista occasionale e a rammentare la sua triste vicenda e quella di migliaia di persone vittime innocenti dello strapotere avido e spietato.

Dopo questi eventi i beni dei Cenci furono confiscati entrando di diritto nelle casse vaticane… di li a poco un altro personaggio, fiero difensore del libero pensiero, fu arso vivo per le sue idee contrarie (eretiche) al pensare comune. Ma questa è un’altra storia…

Illustrazione di Marco Sindici

About the author

Romano di nascita, amo leggere e disegnare sin da bambino e ho letto e disegnato qualsiasi cosa mi facesse volare via con la fantasia. I libri, le illustrazioni, il cinema e le passeggiate sono la mia "isola che non c'è". Ho sempre cercato di frequentare persone interessanti, cose inconsuete e luoghi inusuali, che potessero insegnarmi qualcosa o distrarmi dalle banali futilità quotidiane. Così facendo ho avuto modo di conoscere una miriade di esseri meravigliosi, posti fantastici e cose indicibili e tutt'ora, che ho passato i cinquanta, ancora vado a ritrovare la mia isola. Ma non serve andar chi sa dove per trovare un'isola che non c'è; esistono isole anche a Roma, basta saperle cercare. È con un poco di cuore e un pizzico di fantasia che si compie la magia.

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