Tivoli. Come la favola della Sirenetta si lega a Villa Gregoriana

Sicuramente tutti almeno una volta nella vita abbiamo visto il cartone animato della Sirenetta; ed oggi parliamo del racconto di Hans Christian Andersen da cui ha tratto origine, e di come questa splendida fiaba è nata.

Prima di tutto è importante dire che il racconto originale è un pochino diverso dal cartone Disney.

Nella fiaba di Andersen – scritta nel 1836 e pubblicata il 7 aprile 1837 nella raccolta di fiabe Eventyr, fortalte for Børn III – le sirene sono esseri per metà umani e per metà pesci, la cui esistenza è separata da quella degli esseri umani. Prive di un’anima, la loro vita termina dopo 300 anni, quando sono destinate a trasformarsi in schiuma del mare, a meno che non si sposino e facciano un figlio con un umano, in tal caso, ottengono un’anima. La Sirenetta, bionda, dalla carnagione chiara e dalle labbra rosse, vive sul fondo del mare con il padre, il re del mare, le sue sei sorelle e sua nonna. Quando compie 15 anni le è concesso di salire in superficie per esplorare il mondo terreno. Attratta da una nave, la Sirenetta scorge dei marinai che festeggiano il compleanno di un giovane principe. Poco dopo, però, arriva una tempesta. La nave si spezza e i naviganti sono scaraventati nel mare. La giovane sirena soccorre il principe, trascinandolo su una spiaggia. Colta da un fulmineo amore nei suoi confronti, trascorre dei giorni infelici desiderando il bel giovane ed un’anima immortale; al punto da rivolgersi infine alla strega del mare, per essere trasformata in umana. Il desiderio viene esaudito, ma con alcune conseguenze: non riavrà più la sua voce e ad ogni passo le sembrerà di camminare su dei coltelli aguzzi. Inoltre, se non sposerà il principe, morirà. L’epilogo è tragico: l’amore della Sirenetta non viene ricambiato. Il principe la considera come un’amica con cui confidarsi e sposa quindi un’altra principessa, nella quale riconosce erroneamente la donna che l’ha salvato. Dalla nave dov’è celebrato il matrimonio la Sirenetta sta osservando il mare, quando compaiono le sue sorelle che le intimano di uccidere il principe con un pugnale magico e di bagnarsi le gambe con il suo sangue; potrà così tornare ad essere una sirena. La Sirenetta rifiuta di togliere la vita all’uomo che ama e preferisce la morte. La consolazione riservatale è, infine, quella di unirsi alle Figlie dell’aria, creature eteree con il compito di compiere buone azioni tra gli umani per 300 anni per poi ricevere un’anima ed entrare in Paradiso.

Hans Christian Andersen nasce in Danimarca nel 1805 e nel 1833 comincia il suo Grand Tour in Italia, dove, inizia a scrivere le sue fiabe.

Si dice che possa aver trovato l’ispirazione per scrivere la fiaba della Sirenetta proprio a due passi da Roma, a Tivoli, nella suggestiva grotta delle Sirene di Villa Gregoriana

Conoscete Villa Gregoriana…?

È un parco meraviglioso di circa 3 ettari, ricco di vegetazione arborea e bellezze naturali; costituito da erte pareti rocciose lussureggianti, il vecchio letto del fiume Aniene – fatto deviare proprio da papa Gregorio XVI per evitare le inondazioni della città di Tivoli – e la suggestiva cascata artificiale realizzata dalle acque del fiume deviato. Il Papa decise di utilizzare questo luogo ameno per realizzare un’incantevole parco in cui passeggiare. Si tratta di una stupenda sintesi tra il paesaggio naturale e quello antropizzato che si sovrappone e mimetizza con esso.

Nel Viaggio Antiquario ne’contorni di Roma – del 1819 – Antonio Nibby descrive la grotta delle Sirene:

“Dopo avere ammirato questo spettacolo magnifico della natura, risalendo un poco, e deviando a destra, si scende per una strada meno commoda, e meno sicura, ma egualmente amena, ad un’altra grotta più profonda ancora, cui i moderni, per piacere che si prova nell’andarvi, e per il pericolo, dal quale questo è accompagnato, diedero il nome di grotta delle Sirene. Ivi le acque riunite dell’Aniene, dopo la prima gran caduta, e dopo quella della grotta di Nettuno, vanno a perdersi in una voragine per quindi ricomparire nella deliziosa valle sottoposta a Tivoli […].”

Nella sua fiaba, Andersen più volte ci riferisce di come le voci melodiose delle sirene fossero confuse e sovrapposte allo spumeggiare delle onde, e come le loro candide figure si confondessero con la schiuma del mare. Ma la domanda sorge spontanea: con tutto il mare e le scogliere che aveva in Danimarca, Andersen, come ha fatto a farsi venire l’ispirazione in una grotta con le cascatelle a Tivoli?!?

E la risposta esiste.

In primis, le date di elaborazione della fiaba ed il periodo di residenza dell’autore nel Lazio coincidono. Ma non è questa la parte più importante. Siamo nel XIX secolo, l’epoca del Romanticismo, in cui le varie nazioni riscoprono le loro tradizioni ed il folklore dei loro paesi.

E nella tradizione nordica e germanica esiste la figura leggendaria dell’ondina – dal latino unda, il cui significato letterale è “onda” – creatura acquatica che vive spesso in prossimità d’insenature di fiumi, scogli, grotte, laghi, sorgenti, stagni e cascate di fiumi; la cui voce meravigliosa veniva solitamente udita sovrapposta allo scrosciare dell’acqua. Nella maggior parte delle raffigurazioni le ondine appaiono come bellissime fanciulle, talvolta provviste di coda di pesce, con lunghi capelli ornati di fiori e conchiglie. L’ondina non ha un’anima, ma può acquisirne una soltanto sposando un essere umano. Tutte queste caratteristiche le ritroviamo identiche nella connotazione che Andersen conferisce alle sirene della sua fiaba.

A sua volta la figura dell’ondina traeva la sua origine dalla figura mitologica della ninfa, creatura legata alla natura e spesso, in particolar modo, al mondo acquatico.

Le ninfe, connotate con gli esatti attributi delle ondine e delle sirene di Andersen le troviamo nel Rinascimento negli scritti alchemici di Paracelsomedico e mago – che dedicò un’intera opera ai cosiddetti elementali, esseri mitologici appartenenti a uno solo dei 4 elementi: terra, aria, acqua o fuoco. Tra questi esseri si annoverano anche le ninfe, elementali d’acqua, oltre a salamandre, gnomi, silfidi e altre creature tipiche del folklore centroeuropeo. In De Nymphis, Sylphis, Pygmaeis et Salamandris et coeteris spiritibus, Paracelso afferma che gli spiriti della natura vivono in una dimensione intermedia, invisibile, sospesa tra realtà materiale e spirituale, non accessibile alla maggioranza degli umani. L’alchimista descrive gli elementali come creature simili all’uomo dal punto di vista fisico ed intellettivo, ma prive dell’anima, né buoni, né cattivi perché incapaci di distinguere tra bene e male:

“[…] Poiché sono privi di anima non pensano a servire Dio né a seguire i suoi comandamenti; soltanto l’istinto li spinge a comportarsi onestamente.”

Per quanto riguarda le unioni con gli esseri umani, Paracelso afferma:

“Questi esseri, benché abbiano apparenza umana, non discendono affatto da Adamo; hanno un’origine del tutto differente da quella degli uomini e da quella degli animali, […] però si accoppiano con l’uomo, e da questa unione nascono individui di razza umana.”

Non tutti gli elementali sono propensi a questo genere di unioni, ma le ninfe sembrano prediligerle perché è il solo modo che hanno per ottenere un’anima, divenendo così partecipi dello Spirito Divino. Gli elementali, infatti, non sono stati riscattati da Cristo in quanto sprovvisti di anima e la desiderano per poter accedere al regno divino ed “elevarsi” rispetto alla condizione in cui vivono.

Nel racconto di Andersen si assiste, in chiave cristiana, all’elevazione della Sirenetta da creatura elementale pagana a cristiana.

Nelle sorelle della protagonista della fiaba ritroviamo la stessa incapacità che descrive Paracelso nel distinguere il bene dal male:

“Molte volte, di sera, le sei sorelle, tenendosi sottobraccio, risalivano alla superficie; avevano belle voci, più belle di quelle umane, e quando c’era tempesta nuotavano fino alle navi che credevano potessero capovolgersi, e cantavano dolcemente di come era bello stare in fondo al mare e pregavano i marinai di non aver paura di arrivare laggiù; ma questi non erano in grado di capire le loro parole, credevano fosse la tempesta e non riuscivano comunque a vedere le bellezze del fondo del mare, perché quando la nave affondava, gli uomini affogavano e arrivavano al castello del re del mare già morti.”

Ma la Sirenetta è diversa dalle sue sorelle, e fa il primo passo verso il suo destino quando durante la tempesta il principe cade in mare:

“[…] lei cercò il principe e lo vide scomparire nel mare profondo, proprio quando la nave affondò. Al primo momento fu molto felice, perché lui ora sarebbe sceso da lei, ma poi ricordò che gli uomini non potevano vivere nell’acqua, e che anche lui sarebbe arrivato al castello di suo padre solo da morto. No, non doveva morire!”

Ed infine, la Sirenetta compie la scelta determinante: sacrificare la propria vita, per risparmiare quella del principe.

Questa scelta le permette di essere salvata e sublimata, da creatura dell’acqua a “Figlia dell’aria”:

“Il sole sorse alto sul mare, i raggi battevano caldi sulla gelida schiuma e la sirenetta non sentì la morte, vedeva il bel sole e su di lei volavano centinaia di bellissime creature trasparenti; attraverso le loro immagini poteva vedere la bianca vela della nave e le rosse nuvole del cielo, la loro voce era una melodia così spirituale che nessun orecchio umano poteva sentirla; così come nessun occhio umano poteva vederle. Volavano nell’aria senza ali, grazie alla loro stessa leggerezza. La sirenetta vide che aveva un corpo come il loro, e che si sollevava sempre più dalla schiuma. «Dove sto andando?» chiese la sirenetta, e la sua voce risuonò come quella delle altre creature, così spirituale che nessuna musica terrena poteva riprodurla. «Dalle figlie dell’aria!» le risposero. «Le sirene non hanno un’anima immortale e non possono ottenerla se non conquistando l’amore di un uomo! La loro esistenza immortale dipende da una forza estranea. Anche le figlie dell’aria non hanno un’anima immortale, ma possono conquistarne una da sole, tramite le buone azioni. […] Se per trecento anni interi continuiamo a fare tutto il bene che possiamo, otteniamo un’anima immortale e possiamo partecipare all’eterna felicità degli uomini. Tu, povera sirenetta, lo hai desiderato con tutto il cuore; anche tu, come noi, hai sofferto e sopportato, e sei arrivata al mondo delle creature dell’aria: ora puoi compiere delle buone azioni e conquistarti un’anima immortale fra trecento anni!» La sirenetta sollevò le braccia trasparenti verso il sole del Signore e per la prima volta sentì le lacrime agli occhi.”

La Sirenetta, per la prima volta in vita sua, piange. Le sirene, infatti, non hanno lacrime, ma lei è diventata una Figlia dell’aria e finalmente può esprimere la sua gioia con un pianto liberatorio. L’importanza di questo finale è tale che Andersen voleva inizialmente intitolare la favola “Le Figlie dell’aria” (come riportato in The little Mermaid a cura di C. B. Bramsen). Per di più, Andersen, nella stesura finale, ha ridimensionato l’importanza del principe per la Sirenetta, poiché, all’inizio, le si prospettava la possibilità di rivederlo dopo la morte, ma poi, lo scrittore cambia idea: la sua felicità non deve dipendere dal principe. Come dice l’edizione della fiaba curata da Bramsen:

“È un’emancipata e felice Sirenetta colei che accompagna le Figlie dell’aria nell’alto del cielo alla fine della favola.”

E dulcis in fundus, c’è un’ultima sconvolgente chicca riguardo quest’affascinante racconto senza tempo.

Andersen è solito inserire nelle sue fiabe elementi autobiografici, nel caso della Sirenetta, la figura della saggia nonna con cui la giovane sirena si confida. Ma non è tutto…

Lo scrittore non si sposò mai. Dai suoi diari giovanili emerge un fermo rifiuto del contatto sessuale, una vera e propria dichiarazione di celibato volontario. Ma in una lettera scrive all’amico Edvard Collin:

“Ti desidero come se tu fossi una splendida fanciulla della Calabria. […] I miei sentimenti nei tuoi confronti sono quelli di una donna. La femminilità della mia natura e della nostra amicizia, come i Misteri, non deve essere interpretata.”

La corrispondenza epistolare che conferma la tesi è fitta, soprattutto quella con l’ultimo amante, il Granduca ereditario di Weimar. Non sappiamo se solo a livello platonico, ma sicuramente lo scrittore danese non era indifferente al fascino maschile. Questo si rispecchia in una delle sue fiabe più celebri. Siamo più o meno nel 1836: Edvard Collin decide di sposare una donna. Qualche mese dopo, esce la raccolta di fiabe Eventyr, fortalte for Børn III, che contiene proprio La Sirenetta. Ecco, allora, che s’insinua l’interpretazione autobiografica. Andersen è la Sirenetta, e la Sirenetta è il suo Io più profondo: la creatura che ha perso il suo principe e muta assiste alle sue nozze con un’altra. Nella lingua tagliata, nella perdita della voce, sta tutta la frustrazione di non potersi esprimere liberamente: l’amore della Sirenetta è il più puro e sincero, è lei la vera salvatrice del Principe, ma non può dirlo, perché dalla sua bocca non può uscire alcun suono. La Sirenetta è una fiaba di impotenza e dolore. Nella diversa natura delle parti in gioco sta la tragicità dell’amore impossibile. Un gioco drammatico che emerge anche più chiaramente nella struggente fiaba L’Uomo di neve: l’irrealizzabilità dei legami è sublimata nel pupazzo di neve innamorato della stufa, che si scioglie con l’arrivo della primavera.

Gallery a cura di Sabrina Amato

LEGGI ANCHE: “Le Sirene: lasciatevi incantare del canto soave della creatura marina più famosa” su Sitopreferito.it

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Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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Comments

  • Marco Sindici 17 novembre 2018 at 1:19

    Un articolo godibile in ogni suo aspetto, puntuale e ricco nella documentazione, prezioso strumento per arricchire una cultura che, ora più che mai, sembra un introvabile grall. Lo stimolo ideale per un adolescente curioso.

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