Carnevale sabino: il riso e la beffa di una tradizione che affonda le sue radici nella paganità

Leggo, da una vecchia guida alle feste e sagre popolari del Lazio, che quello di Poggio Mirteto è il più antico Carnevale, veramente libero, che si svolge nella nostra Regione. Risale al 1861 quando la popolazione locale, ribellandosi allo Stato della Chiesa per entrare a far parte del Regno d’Italia, mise in fuga i gendarmi della guarnigione pontificia.

Da allora il Carnevale ha rappresentato il simbolo della ribellione ed ha spesso assunto toni anticlericali nelle diverse edizioni. Questa notizia, mi ha fatto tornare alla mente un editto del Card. Francesco Pignatelli, Vescovo di Sabina, che qualche tempo fa ho recuperato fra le carte d’archivio: reca la data del 15 febbraio 1721 e riguarda, appunto, il Carnevale.

Si tratta, come facilmente si può intuire, di tutta una serie di divieti e prescrizioni che dovevano essere rispettati da tutti i fedeli della Diocesi, tanto laici che ecclesiastici, in occasione del Carnevale di quell’anno. Ma a voler leggere fra le righe, se ne può ricavare un intenso quadretto di scene carnevalesche dei primi anni del XVIII secolo, nel nostro territorio.

Certo, oggi può sembrare quasi incredibile che in passato il legislatore, sia civile che ecclesiastico, sia intervenuto in maniera energica per condannare coloro che avessero preso parte, mascherandosi, alle varie manifestazioni carnevalesche. Ma evidentemente queste manifestazioni degeneravano spesso in fatti ed episodi osceni e scandalosi e si abbandonavano in linguaggio scurrile.

Il riso e la beffa, il mondo alla rovescia, erano infatti le tematiche caratterizzanti la festa del Carnevale che affondava le sue radici nella più remota paganità.

L’editto del Card. Pignatelli, ovviamente, non è il solo esempio, altri se ne potrebbero citare. Ma tali divieti riguardano anzitutto alcuni eccessi che, al di là del clima festoso di quei giorni, causavano spesso anche turbamento nella pace famigliare o cittadina ed erano occasione, ed origine, di odi e risentimenti che talora finivano nel sangue.

D’altronde, ancora un frammento di paganità sopravviveva proprio in un’antica usanza registrata, in molti pesi della Sabina in cui venia bruciato un fantoccio di carta detto Carnevalò. Questo “sacrificio” ricollegava niente meno che ai saturnali durante i quali si usava immolare una vittima sulla quale si trasferiva simbolicamente il male e la cui distruzione si credeva che ne liberasse la comunità.

In molte altre località, resisteva pure la tradizione del Carnevale come l’ultima occasione di mangiate e bevute collettive prima del rigoroso – un tempo – digiuno quaresimale.

In linea con questo aspetto del Carnevale, sono le questue di viveri che i ragazzi facevano di casa in casa il martedì grasso in previsione del digiuno quaresimale: alle donne di casa non pareva vero di sbarazzarsi degli avanzi, ed ai ragazzi di rimpinzarsi.

Al Card. Pignatelli non sfuggiva però l’aspetto più deleterio e volgare che queste rappresentazioni potevano ingenerare nel costume del popolo, prevedendone pene severe

«contro ciarlatani e saltimbanchi che ardiranno in giorni di festa … sotto qualsivoglia pretesto far commedie, et pubbliche radunanze, canzoni dalle quali si possa ricavare il veleno dell’ oscenità».

Le pene previste per i trasgressori erano severissime: varavano da una multa di 25 scudi fino ad un massimo di un mese di carcere.

A quanto pare però, l’editto episcopale a cui nel tempo si affiancarono ulteriori interventi non in merito né rari né meno cogenti atti a reprimere più che altro gli aspetti più deleteri delle manifestazioni carnevalesche, non sortì l’effetto sperato.

Nonostante le ripetute condanne e proibizioni, molte di quelle tradizioni sono sopravvissute fino ai nostri giorni e in talune zone sono tuttora in voga, pur avendo perduto quella valenza pagana e superstiziosa a suo tempo attribuita, sono rimaste come pura e semplice tradizione.

About the author

Laureato in giurisprudenza ed esperto del linguaggio forense (lavora al Poligrafico dello Stato) è stato Assessore ai Sevizi sociali ed Ambiente del Comune di Mentana. Responsabile del settore “Educare alla Mondialità” e Membro del Consiglio della Caritas diocesana di Sabina-Poggio Mirteto, è socio e consigliere dell’Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, punto di riferimento per lo studio e la conoscenza del luogo. Appassionato studioso della storia del territorio sabino-nomentano, si è sempre occupato di questo argomento pubblicando saggi ed articoli.

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