Mentana. Si rinnova la tradizione de “Li Zuffiatelli”: storia, tradizione, scandali di questi “stornelli” mentanesi

Mentana rivive ogni anno un’antica tradizione, quella de “Li Žuffiatelli”. Si tratta di un antico componimento tradizionale questuante che viene eseguito da gruppi di cantori nella notte tra il 5 e il 6 gennaio che passando di casa in casa con il canto, guidato da organetto-zampogna-caccavella-timpano e ninnoli vari, annunciano le Festività che coincidono con la fine e il principio d’anno porgendo a tutti gli auguri.

Quest’anno la manifestazione si svolgerà la sera del 5 nella tensostruttura allestita nello spazio adiacente al campo sportivo parrocchiale. Per tutti coloro che parteciperanno sarà l’occasione per ascoltare il tradizionale canto popolare intonato da “Li Žuffiatelli” e concludere le festività natalizie gustando panonta, salsicce, fagioli, arrosticini, bruschette e vino locale.

Tutto è cominciato circa 15 anni fa. La voglia di aggregazione, di stare insieme e di far rivivere le antiche tradizioni popolari di Mentana spinse un gruppo di amici a dare vita all’Associazione “Li Žuffiatelli” che tra i suoi scopi ha avuto il merito di aver salvato la tradizione musicale e folcloristica locale.

In particolare l’associazione prende il nome proprio dal tradizionale canto.

Per realizzare la festa l’Associazione non percepisce nessun contributo e si autofinanzia con le quote dei soci realizzando piccoli gadget di porcellana dipinti a mano con riproduzione di antichi scorci di Mentana ripresi da vecchie cartoline dei tempi passati.

Già, tempi lontani, quando a Mentana in buona parte delle famiglie non c’era il nostro benessere, c’era invece povertà e, molto spesso, la fame. Per le strade i lampioni si spegnevano presto e in quanto ai regali i bambini potevano aspettarsi tutto al più qualche palla di fichi secchi o una manciata di mosciarelle.

Li Zuffiatellari uscivano sul far della sera, in gruppi di tre o quattro persone, di solito uomini, e si spargevano per le case del paese a cantare Li Žuffiatelli, attesi, accolti con un bicchier di vino già preparato e le povere, umili offerte da deporre nel canestro che uno di essi portava infilato nel braccio: uova, salsicce, uva secca e qualche bottiglia di vino.

Accompagnati dall’organetto, quei canti, non sempre perfettamente intonati, ma sempre ascoltati con nostalgia, creavano un’atmosfera di raccolto stupore. Non sappiamo chi ne sia stato l’autore, ma certo, la poesia approssimata in cui erano composti, le sgrammaticature, le assonanze, le ripetizioni, i versi zoppicanti, indicano, senza ombra di dubbio, l’ambiente popolare dal quale provengono.

Alcuni documenti, riportati in appendice alla Visita Pastorale del Vescovo di Sabina, Card. Andrea Corsini, svoltasi a Mentana nel maggio del 1782, se da una parte attestano l’antichità di questa usanza, ci informano, dall’altra, che le autorità ecclesiastiche cercarono in vario modo di reprimere questa consuetudine di cantare li Žuffiatelli.

Si tratta di due lettere. La prima, anonima, indirizzata direttamente al Vescovo di Sabina, la seconda è una risposta sullo stesso argomento del Vicario Foraneo di Monterotondo. In quel periodo si era affermato l’uso di modificare le strofe del canto con varianti canzonatorie e burlesche riferite a personaggi o fatti avvenuti a Mentana o rivolte alla famiglia presso cui si andavano a cantare li Žuffiatelli: un po’ come succede con gli Stornelli.

Ma c’era dell’altro che turbava l’anonimo estensore dell’esposto il quale si raccomandava di non parlare ad alcuna persona del proprio ricorso per non avere, diceva, contrasti con l’arciprete di Mentana che era stato troppo accondiscendente per non avere denunciato il fatto. Ci vuole poco a capire che l’autore della lettera era stato, lui stesso, bersaglio delle poco garbate attenzioni dei cantanti e per questo pensava bene di rincarare la dose, per evidenziare il pubblico scandalo.

Ma Mentana non era l’unico caso. Come riferisce l’esposto, in passato ve ne erano anche a Monterotondo. Per scoraggiare tali abusi il Card. G. Francesco Albani, che fu Vescovo di Sabina fino al 1733, emanò un editto che fu un ottimo deterrente e gli “scapestrati” iniziarono a darsi una regolata.

L’applicazione di questo stesso editto veniva ora invocata anche per la Terra di Mentana. Non sappiamo come andò a finire, ma comunque siano andate le cose, l’editto episcopale non sembra che ottenne con i mentanesi l’effetto sperato e i nostri avi mentanesi hanno continuato imperterriti a praticare questa usanza.

About the author

Laureato in giurisprudenza ed esperto del linguaggio forense (lavora al Poligrafico dello Stato) è stato Assessore ai Sevizi sociali ed Ambiente del Comune di Mentana. Responsabile del settore “Educare alla Mondialità” e Membro del Consiglio della Caritas diocesana di Sabina-Poggio Mirteto, è socio e consigliere dell’Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, punto di riferimento per lo studio e la conoscenza del luogo. Appassionato studioso della storia del territorio sabino-nomentano, si è sempre occupato di questo argomento pubblicando saggi ed articoli.

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